Fabiola Parolin: la “seminatrice di emozioni” che usa la poesia per rinascere

Dec 23 / I Folli Scrivono
Ci sono scrittori che raccontano storie.
E poi ci sono autori come Fabiola Parolin, che non si limitano a scrivere: si lasciano guardare.

In un mondo in cui tutti indossano maschere, lei sceglie la via più scomoda e più vera: denudarsi con le parole. Non ama definirsi poetessa; preferisce chiamarsi “seminatrice di emozioni”. E già qui si intuisce che non siamo davanti a un’autrice qualunque, ma a una voce capace di trasformare dolore, fragilità e memoria in versi che restano attaccati alla pelle di chi legge.

In questo articolo di “I folli scrivono” ti portiamo dentro il suo universo, tra catene d’argento, penne che tremano e messaggi che arrivano da sconosciuti, ma parlano d’anima.

Chi è Fabiola Parolin, tra catene d’argento e parole

“Le catene d’argento sono tutto ciò che sento e porto dentro”, racconta Fabiola. Non sono oggetti reali, ma immagini vive: pensieri, emozioni, ricordi che stringono e allo stesso tempo proteggono. Sono i legami invisibili con la persona che è stata e quella che è diventata.

Quando scrive, Fabiola non fa altro che intrecciare parole per rendere visibile ciò che altrimenti resterebbe imprigionato. La scrittura diventa così un gesto di cura e di verità: un modo per non perdersi nel caos della vita, per dare forma a ciò che ribolle dentro.

Ogni verso è un filo d’argento che collega il suo mondo interiore a chi la legge. E chi la incontra, difficilmente resta indifferente.

La nascita di una voce: una penna che trema a tredici anni

La storia di Fabiola come autrice non nasce da un progetto editoriale, ma da un bisogno urgente: trovare respiro.

Aveva tredici anni quando, in una stanza silenziosa, una chitarra e una penna le hanno aperto il varco verso se stessa. Ricorda una mano che trema sul foglio, il vuoto da riempire, le prime parole che iniziano a fluire come se fossero sempre state lì, in attesa.

In quel momento capisce che la scrittura non sarà un passatempo, ma “il mio respiro segreto”.
Ogni parola è un filo che la lega a se stessa, un modo di uscire dal silenzio e dire finalmente: “ci sono”.

Da allora Fabiola non ha più smesso di scrivere. Non per professione, non per moda, ma per sopravvivenza emotiva.

La poesia come crollo, cura e rinascita

Per Fabiola la poesia non è un esercizio di stile, ma un luogo: un rifugio.
È lì che può crollare senza paura, guardare in faccia paure e fragilità che spesso non hanno ancora un nome.

Uno dei suoi versi racconta con una lucidità disarmante questo movimento di caduta e risalita:

“Ho perso me stessa tra doveri, attese, sorrisi che nascondevano lacrime.
E poi ho preso la penna. Ho scritto.
Ogni parola mi ha liberata, ogni verso mi ha curata, ogni pagina mi ha fatto rinascere.”

È questa la forza della sua poesia: non si limita a descrivere il dolore, lo attraversa.
Scrivere, per lei, significa prendersi per mano nel momento in cui tutto sembra sgretolarsi. È un atto di cura verso se stessa, ma anche un atto di responsabilità verso chi leggerà e si riconoscerà in quelle stesse ferite.

“Seminatrice di emozioni”: cosa lascia nei lettori

Quando le chiediamo cosa voglia seminare nei cuori di chi la legge, Fabiola non parla di consolazione facile, ma di verità fragili.

Vuole che il lettore si senta visto, compreso. Che tra le sue righe trovi una parte di sé che non aveva ancora avuto il coraggio di nominare. Le sue poesie non cercano di addolcire la realtà: possono essere carezza o graffio, oppure entrambe nello stesso istante.

Lei sogna che, dopo aver chiuso il suo libro, restino:

piccole luci che continuano a brillare nella memoria,

domande, non solo risposte,

frammenti di intimità che tornano a galla nei momenti più inaspettati.

La sua raccolta, dal titolo potente “La poesia mi denuda e mi lascio guardare”, è proprio questo: un viaggio nell’anima, un invito a restare nonostante il disagio di vedere il vero.

Denudarsi con le parole: il coraggio della vulnerabilità

“Denudarsi con le parole” per Fabiola significa mostrarsi senza filtri. Non è un’operazione estetica, ma un atto di coraggio: aprire le porte a ciò che è fragile, inquieto, segreto.

La poesia le ha chiesto – e insegnato – di guardare negli occhi le proprie paure, i desideri, le parti che tremano. In questo processo ha scoperto qualcosa di fondamentale: dolore e fragilità non sono debolezze, ma forza allo stato puro.

Ci sono lati di sé che non avrebbe mai osato rivelare a voce alta, e che invece sulla pagina hanno trovato casa. Ora vivono lì, tra i versi, e chi legge li può incontrare.

In un’epoca in cui ci viene chiesto di essere sempre forti, performanti, vincenti, Fabiola sceglie la strada opposta: celebra la vulnerabilità. E proprio per questo la sua scrittura diventa necessaria.

@farfalla__nera: quando Instagram diventa un ponte d’anima

Nel mondo digitale Fabiola ha un nome che è già poesia: @farfalla__nera.
Su Instagram non usa le parole per apparire, ma per costruire ponti.

Racconta che spesso i messaggi che riceve la trapassano più di mille conversazioni dal vivo. C’è chi le scrive perché si è riconosciuto in un verso, chi le confida un dolore mai detto a nessuno, chi le ringrazia per aver messo in parole qualcosa che non riusciva a spiegare.

Instagram, per lei, è uno spazio intimo e sorprendente: un luogo dove può spogliarsi con le parole, e chi legge può guardarla davvero. Non dall’alto verso il basso, ma da anima ad anima.

Non è solo una poetessa che pubblica versi, è una donna che si mette a nudo e invita gli altri a fare lo stesso, nel limite che sentono possibile.

Un invito ai lettori di “I folli scrivono”

A chi ancora non la conosce, Fabiola non promette leggerezza a tutti i costi.
Promette, invece, qualcosa di più raro: un incontro sincero.

Il suo messaggio per i lettori di I folli scrivono è semplice e potentissimo:
lasciati attraversare dalle parole senza paura. Anche quando fanno male, quando confondono, quando scuotono.

Non chiede di leggere in ordine, non impone un punto di partenza. Ti invita a scegliere un verso che senti vicino, una poesia che ti chiama, e lasciare che quella porta si apra sia su di lei che su di te.

Perché ogni parola, nel suo mondo, è davvero una soglia:
un piccolo passo verso l’anima, un passo verso la tua.

Perché leggere Fabiola Parolin oggi

In un panorama editoriale saturo di frasi fatte e motivazionali da social, la voce di Fabiola Parolin si distingue per una ragione semplice: non cerca di piacere, cerca di essere vera.

Le sue poesie non sono slogan, sono ferite che brillano.
Parlano di:

perdita di sé e ritrovamento,

doveri, attese e sorrisi che nascondono lacrime,

rinascite lente, fatte di penne che tremano e pagine che curano.

Se ami una poesia che non addolcisce ma accompagna, che non giudica ma abbraccia, allora il suo libro “La poesia mi denuda e mi lascio guardare” potrebbe essere il viaggio che ti mancava.

Come continuare il viaggio con lei

Se questa intervista ti ha sfiorato anche solo un po’, non fermarti qui.

Cerca Fabiola Parolin e la sua raccolta “La poesia mi denuda e mi lascio guardare”

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Qui su “I folli scrivono” crediamo che gli autori vadano incontrati prima di tutto come persone.
Fabiola ci ha aperto il suo spazio più intimo: ora tocca a te decidere se entrare.

Magari, tra le sue catene d’argento e le sue pagine che curano, troverai proprio quella parte di te che aspettava solo di essere detta.
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