C’è un’immagine che resta addosso, quando parli con Khrystyna Gryshko: una bambina di nove anni che scrive. Non “per gioco”, non per compito. Scrive per tenere insieme qualcosa che si sta spezzando. Scrive per far arrivare una richiesta che non può dire a voce: amami.
«Ero convinta che mia madre mi avesse abbandonata e che non sarebbe mai tornata a prendermi. Credevo che non mi volesse bene. Con le mie parole le chiedevo di amarmi». È una frase che ti costringe a rallentare. Perché in quella confessione non c’è retorica, non c’è posa letteraria: c’è la sorgente di una voce. E forse è da qui che si capisce Khrystyna, prima ancora dei suoi titoli, dei generi attraversati, delle sceneggiature scritte e riscritte.
In questo articolo vogliamo fare una cosa semplice (e rara): presentare al grande pubblico una scrittrice partendo da ciò che l’ha formata. Le sue parole, le sue immagini, i suoi “perché”. Perché dietro ai romanzi e alle poesie di Khrystyna Gryshko c’è un tema che torna con ostinazione: la trasformazione. Nulla si distrugge, tutto cambia forma. E lei ha imparato presto che anche il dolore può diventare linguaggio.
A volte, nella vita di uno scrittore, la scrittura arriva come ambizione. Altre volte come urgenza. Nel caso di Khrystyna, arriva come necessità emotiva: un ponte gettato verso l’unica persona che può colmare un vuoto.
Quando le chiedo che rapporto abbia oggi con quella bambina, non risponde con un’immagine “risolta”. Non c’è pacificazione comoda. Dice: «Lei è sempre dentro di me, da qualche parte. Non si sente più così sola o, forse, lo è ma lo avverte un po’ di meno. Non ve lo so dire».
Ed è proprio questa esitazione a renderla credibile: Khrystyna non trasforma la propria storia in favola edificante. La trasforma in verità narrabile. E nel mondo editoriale, dove spesso si cerca la “storia perfetta” da confezionare, questa è una differenza enorme.
Chi legge, sente che qui non si sta vendendo un personaggio: si sta raccontando una persona.
Khrystyna è cresciuta in un villaggio quasi privo di libri, in un contesto di povertà e campagna. Quando le chiedo cosa ritorni nella sua scrittura di quel luogo, sceglie due immagini sensoriali precise. Nessun discorso astratto, nessuna nostalgia generica:
«Credo l’odore che emana la terra dopo la pioggia. Oppure la rugiada mattutina».
Ecco: se vuoi capire che tipo di autrice è, parti da qui. Khrystyna non “dice”, evoca. Non spiega, fa sentire. L’odore della terra bagnata e la rugiada sono memorie che non hanno bisogno di traduzione. Funzionano su chiunque, perché appartengono al corpo prima che alla cultura.
In un’epoca in cui si scrive spesso “di testa”, lei torna istintivamente ai sensi. E questo rende la sua voce accessibile anche a chi non frequenta abitualmente la letteratura: perché l’esperienza sensoriale è democratica. Ci entri dentro senza badge, senza lessico specialistico.
C’è poi un episodio che sembra piccolo, ma in realtà è simbolico: i manoscritti che Khrystyna spediva a sua madre e che sono andati persi. Lei lo racconta con una chiarezza che fa male:
«Sarebbero stati un bel ricordo, un po’ malinconico, ma pur sempre importante. Poi, ovviamente, c’è anche un po’ di rabbia perché non sono stata io a perderli ma lei».
Questa frase contiene due strati: la nostalgia per ciò che non si recupera e la rabbia per una perdita che non dipende da te. È un dolore “doppiamente ingiusto”. Ma qui succede qualcosa di interessante: Khrystyna non resta inchiodata alla lamentela. Lo trasforma in disciplina.
«Oggi ho mille copie sul computer dei miei manoscritti e non li ho più persi».
È una soluzione pratica, certo. Ma è anche una metafora: quando perdi qualcosa che contava, impari a costruire sistemi. La scrittura diventa archivio, cura, protezione. E forse è anche questo che distingue chi scrive “ogni tanto” da chi costruisce un percorso: la capacità di trasformare una ferita in metodo.
Ci sono passaggi biografici che ti segnano più di altri: per Khrystyna, l’Italia è anche il luogo dell’impatto con bullismo e razzismo. E come spesso accade a chi migra o cresce tra identità, il punto non è solo “imparare una lingua”, ma riappropriarsi del diritto di parlare.
Le chiedo il momento preciso in cui ha capito che l’italiano poteva diventare una forza. La risposta spiazza: non cita un insegnante, non cita un successo scolastico, non cita una vittoria sociale. Cita un libro: il diario di Anne Frank.
«L’ho scoperto leggendo il diario di Anne Frank. Le sue ultime pagine in cui lei afferma di credere nella bontà degli esseri umani… quelle parole gentili rimangono lo stesso. Sono indelebili ormai».
È un passaggio potentissimo perché non parla solo di lingua, parla di sguardo. La bontà degli esseri umani, affermata in un contesto tragico, diventa una specie di bussola morale. In altre parole: la letteratura salva non perché “distragga”, ma perché offre una postura interiore. Ti dice: puoi scegliere cosa portare dentro, anche quando fuori è ostile.
E forse è qui che si costruisce il tipo di autrice che Khrystyna è oggi: una che non smette di guardare l’ombra, ma decide comunque di non consegnarle l’ultima parola.
Una delle domande più utili, quando si presenta un’autrice al pubblico, è questa: che cosa unisce i tuoi libri? Perché i lettori si affezionano alle storie, ma restano per la voce.
Khrystyna non si nasconde dietro l’etichetta del genere. Dice: «Il filo rosso è la crescita e la voglia di sperimentare». E poi apre una porta che, per un lettore, è oro: collega i libri alle sue età interiori.
“Erea”: «rappresenta me bambina».
“Benvenuti a Neverland”: «è me verso la fine dell’adolescenza».
Le poesie: «ci sono sempre state, sia da bambina che da adulta».
Questa mappa è semplice e chiarissima. E soprattutto invita a leggere i testi non come prodotti isolati, ma come capitoli di un percorso. Se vuoi conoscere Khrystyna, non devi scegliere “il libro migliore”: devi scegliere il punto della sua trasformazione che ti parla di più.
E quando le chiedo una frase per descrivere la sua voce, lei ne sceglie una che è insieme poetica e scientifica:
«Come in fisica, nulla si distrugge e tutto si trasforma, così anche le mie parole si trasformano e si evolvono».
È quasi un manifesto: la scrittura come metamorfosi continua. Non un monumento, ma un organismo vivo.
Qui tocchiamo un tema caldo (e scomodo): la poesia oggi. Khrystyna dice una frase che molti pensano, pochi osano dire ad alta voce: la poesia rischia di morire. Ma attenzione: la sua non è una posa nostalgica da “ai miei tempi”. È una diagnosi lucida:
«Le persone hanno sempre capito poco la poesia e quando non capiscono di norma se ne allontanano».
In fondo è così: la poesia chiede presenza, chiede ascolto, chiede tempo. E il tempo è diventato una merce rara. I social, dice lei, non aiutano. La superficialità è sempre in agguato.
Ma qui arriva la parte che rende Khrystyna interessante anche come progetto editoriale: non si limita a lamentarsi. Sperimenta una soluzione concreta: raccolte commentate, in cui spiega i versi per avvicinare le persone.
«Ho fatto delle raccolte commentate in cui spiego un po’ i miei versi».
Questo è un punto chiave per chi legge “I folli scrivono”: perché parla di un’idea di letteratura non elitista. Non “ti arrangi se non capisci”. Ma: vieni, ti accompagno. La poesia non come prova di superiorità culturale, ma come spazio di incontro.
Quando una scrittrice dice di lavorare anche in forma di sceneggiatura, la domanda naturale è: qual è la scena che vuoi vedere sullo schermo? Khrystyna non sceglie una scena “facile”. Sceglie un pugno nello stomaco.
Da “Benvenuti a Neverland”, racconta il funerale di un soldato morto in Iraq. La ragazza, Sasha, si precipita, fa cadere la bara e scopre che è vuota.
«La mancanza di lui la fa impazzire e internare a Neverland».
Questa scena funziona perché non è solo shock visivo: è simbolo. La bara vuota è l’assenza resa oggetto, la perdita che non ha nemmeno un corpo su cui piangere. È l’impossibilità di chiudere il lutto. E “Neverland” diventa il luogo mentale dove finisci quando la realtà è troppo.
Se dovessi spiegare in una riga perché Khrystyna può arrivare a un pubblico ampio, direi questo: perché sa costruire immagini che restano. Anche quando sono dure.
In un mercato dove spesso si rincorrono tendenze, Khrystyna porta qualcosa di più raro: un percorso autentico e una voce in evoluzione. La sua scrittura non è “perfetta” nel senso patinato del termine: è viva, radicata, attraversata.
Se ami le storie che parlano di crescita e identità, troverai in lei una guida onesta.
Se ti interessa la poesia ma spesso ti senti “tagliato fuori”, le sue raccolte commentate possono essere un ponte.
Se cerchi romanzi che non abbiano paura di toccare il trauma, “Benvenuti a Neverland” promette immagini che ti inseguono.
E poi c’è quella bambina di nove anni, che scriveva lettere per chiedere amore. In un certo senso, tutti noi abbiamo scritto o detto qualcosa per lo stesso motivo, anche se in forme diverse. Forse è per questo che la storia di Khrystyna non resta confinata al “caso umano”: parla di noi.
Su “I folli scrivono” raccontiamo autori e autrici con l’obiettivo di farli arrivare al pubblico: non solo titoli, ma persone. Se questa storia ti ha colpito, puoi fare due cose semplicissime:
Cercare Khrystyna Gryshko e i suoi libri, iniziando dal genere che ti risuona di più (romanzo o poesia).
Lasciare una recensione se leggerai un suo testo: per un’autrice emergente è una differenza concreta, non un gesto simbolico.
E se sei uno scrittore o una poetessa e vuoi essere raccontato qui, sappi che il nostro intento è lo stesso: trasformare una presentazione in una storia che resta.