“La voce di Zelda”, il nuovo libro di Stefano Polo. Dove finisce la persona e inizia il profilo social.

Mar 13 / I Folli Scrivono
Zelda De Ruffis è una donna ormai ottantenne che ogni giorno si incorona il capo di bigodini e indossa una tuta come divisa.

Dopo aver trascorso un’esistenza anonima segnata dal lavoro in una ditta di rifiuti tra camion e cassonetti - insieme al marito, Pier Fulvio detto Caciotta, con cui condivide la stessa trascuratezza - trova il modo di riempire il vuoto enorme che caratterizza la sua vita approdando sui social network.

I social, valvola di sfogo per le sue irrefrenabili parole, spalancano le porte a un nuovo spazio identitario. Uno spazio in cui vediamo Zelda trasformarsi progressivamente da persona marginale a persona guerriera: la tastiera è la sua arma, i post i suoi colpi.

Leonessa da tastiera, quindi, diventa una leggenda del quartiere. Tutti la conoscono come la Rambo dai bigodini.
A nulla sembrano servire i moniti continui del marito, della sorella e degli amici, i quali tentano disperatamente di contenerla. Zelda è irremovibile.

Ma cosa succede quando non siamo più in grado di stabilire un confine tra la dimensione fisica e quella virtuale? Quando il successo passa solo attraverso lo schermo e la realtà virtuale diventa l’unico luogo in cui esistiamo? Stefano Polo con questo racconto ci offre una disamina della realtà, mostrando come si ricostruisce il concetto di identità ai tempi dei social e quali nuovi significati assume.

“Non si fermava davanti a nessuno, nemmeno al presidente. Le sue invettive erano un fiume in piena, e chiunque osasse contraddirla veniva travolto “.

Il racconto, narrato in terza persona, è ambientato in una trascurata realtà di provincia. Una di quelle realtà dove a farla da padrona è una vita vuota, colma di frustrazione, risentimento e sigarette.

L’autore, pur restando esterno alla narrazione, sottolinea più volte questo aspetto per focalizzare l’attenzione su quei contesti in cui la quotidianità è fatta soprattutto di abitudini e fatica, di noia che spegne le emozioni. Polo gestisce con molta intelligenza il contrasto tra la fragilità di un’esistenza comune e il potere ammaliante dei social.

Lo schermo, infatti, improvvisamente riaccende quella vita spenta e costruisce una dimensione in cui la protagonista sembra ritrovare la sua voce, anche se piena di odio e desiderio di umiliare gli altri. Efficace, tra l’altro, l’effetto tragicomico che ne deriva: mediante l’uso di un linguaggio leggero e ironico, Stefano Polo introduce nella mente del lettore lo spazio per una riflessione profonda sul senso di solitudine che attanaglia le persone, unito al loro bisogno di riconoscimento.

La protagonista, Zelda, è una donna molto anziana della provincia veneta. Fumatrice accanita, ha una vita priva di riconoscimenti sociali. Tutta la sua esistenza poggia su camion, rifiuti e cassonetti. Un contesto che col passare degli anni ha generato in lei un grande vuoto interiore e un forte senso di frustrazione. Tuttavia la donna non manca di presunzione. Si ritiene intelligente e istruita e, soprattutto, non perde occasione di rinfacciarlo agli altri.

Davanti allo schermo, però, Zelda si trasforma in una leonessa da tastiera che inveisce contro tutte e tutti, compresi personaggi autorevoli e famosi. La realtà dei social diventa il suo universo, il suo spazio per autoaffermarsi.

Lo scrittore descrive molto bene la protagonista sia dal punto di vista caratteriale che da quello fisico, offrendoci dettagli visivi molto incisivi come il fumo costante, i bigodini che le fanno da corona, la tuta che indossa come divisa. Questi elementi non sono puramente descrittivi, ma costituiscono una definizione identitaria. Molto ben costruito anche il contrasto con gli altri personaggi. Alla presunzione, all’ira e all’impulsività di Zelda vengono contrapposti il buon senso del marito Pier Fulvio, la calma della sorella Giulia e la saggezza dell’amico Edoardo, i quali tentano di persuaderla a cambiare atteggiamento. Questi contrasti si intersecano continuamente lungo tutto il racconto creando una successione incalzante che trascina e incuriosisce il lettore fino alla fine, nell’attesa di scoprire quello che accadrà.
La trama si sviluppa tutta intorno alla progressiva trasformazione di Zelda da donna comune a combattente digitale. Tutto l’intreccio si basa sul conflitto costante: da una parte le sue interazioni social ricche di polemiche e insulti, dall’altra le reazioni di amici e parenti che tentano in tutti i modi di contenerla. Ciononostante non mancano diversi momenti di tensione, né l’elemento sorpresa che accompagnerà il lettore fino alla fine.

“La voce di Zelda” è un racconto dal linguaggio semplice e lineare che rende il testo fruibile e molto scorrevole in modo tale da mantenere focalizzata l’attenzione del lettore. Lo stile è tipicamente realistico con l’aggiunta di pennellate ironiche che in più di un’occasione suscitano ilarità.

L’autore ricorre spesso a un tono affettivo-popolare che si riscontra nella scelta degli epiteti che identificano i personaggi: Edoardo detto Er Fuffa, Pier Fulvio detto Caciotta. Da questi attributi si evince il tentativo di inserire una nota leggera all’interno di un racconto che affronta tematiche di un certo peso. Tuttavia ciò non deve fuorviare. Se è vero che durante la lettura ci si imbatte in diversi passaggi divertenti, è anche vero che l’elemento di denuncia e di critica della società contemporanea è molto presente e incisivo.

Sotto la superficie ironica del racconto, infatti, emerge un tema molto profondo, ossia il bisogno di riconoscimento. Zelda, che nella vita reale occupa un ruolo marginale, trova nei social un luogo di autoaffermazione. Nello spazio digitale la sua parola manifesta il desiderio di esistere davanti a qualcuno.

L’autoaffermazione, però, passa attraverso il conflitto e l’insulto. L’aggressività diventa uno strumento, quasi una necessità, perché non importa ottenere consenso. Ciò che conta è non scomparire. In questo scenario lo scrittore pone lo sguardo su una piaga che affigge i nostri tempi che è quella del bullismo da tastiera, meglio conosciuto come cyberbullismo. Comportamento che non interessa solo le giovani generazioni, ma anche persone di tutte le età.

Non è un caso che Zelda sia una donna anziana. Stefano Polo ci invita a riflettere sul fatto che i comportamenti violenti, tipici del bullismo, non sono fenomeni goliardici, episodi confinati nella realtà giovanile. La violenza non conosce età, né genere. E i social non ne sono la vera causa. I motivi veri di tali azioni sono da ricercarsi nella sofferenza di certi contesti fragili dove la psiche delle persone è maggiormente condizionabile dal dolore.

Un altro tema rilevante è quello rappresentato dall’illusione del potere: Zelda, come abbiamo più volte ripetuto, non esercita alcun potere nella sua vita. Online, invece, pensa che le sue parole assumano autorevolezza. L’autore denuncia l’immagine fittizia che rimandano i social.Questi manifestano un bisogno urgente di apparire per nascondere il vuoto della propria essenza.

Allo stesso tempo ci mette in guardia dal loro potere tossico: ci inducono a credere che abbiamo una sorta di prestigio facendoci perdere di vista il fatto che rimaniamo confinati in una realtà immateriale che spesso non trova riscontro nella vita reale.

La dimensione satirica del racconto mette in luce un altro tema, rappresentato dall’assurdità delle guerre che ogni giorno si combattono sulla rete. Lo scrittore rivela in questo modo l’ambivalenza contrastante dei social: da una parte sono un luogo di ritrovo finalizzato a unire le persone, dall’altra sono campi di battaglia che generano conflitti e separazioni.

Se a prima vista questo scenario fatto di scontro perenne può apparire quasi ridicolo perché il conflitto si trasforma in commedia e in spettacolo teatrale, con un occhio più arguto questa apparente commedia è estremamente tragica perché apre lo spazio alla solitudine e alla guerra.

In conclusione questo libro è un invito a riflettere, a porre l’attenzione su un’umanità che è sempre più rara e sempre più sostituita dall’algoritmo. Ci esorta a non perdere di vista la realtà fisica in cui viviamo. E l’elemento ironico che incornicia il racconto sembra porsi quasi come messaggio di speranza. Attraverso il sorriso ci si può distaccare da dinamiche meschine che inquinano l’anima. Attraverso il sorriso si può volare alto e ritrovare i valori che contano davvero.
Creato con